Piano casa, le ragioni del flop
Ritardi delle regioni, soldi pubblici mal spesi, lentezza del Cipe
Cresme Comunicazione
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04/01/2012
I ritardi delle regioni nella predisposizione degli accordi e la lentezza istruttoria del Cipe sono la causa del fallimento del piano casa; necessaria l'adozione di adeguati correttivi alle procedure previste dalla legge vigente. E' quanto emerge dalla della delibera n. 20 del 20 dicembre 2011 della Corte dei conti, sezione centrale di controllo, che ha analizzato i risultati dell'attuazione del «Programma straordinario di edilizia residenziale pubblica» e del «Piano nazionale di edilizia abitativa». In relazione al primo la Corte evidenzia che esso, «pur essendo stato sin dall'inizio dotato di un finanziamento complessivo di circa euro 544 milioni, suddiviso tra le regioni e le Province autonome, non ha avuto alcuna concreta attuazione a seguito ed in concomitanza con la previsione del Piano casa che (approvato con Dpcm 16.7.2009) è invece in corso di attuazione». I magistrati contabili mettono comunque in rilievo i forti ritardi nell'attuazione del «Piano casa»; in particolare si sottolinea, ad esempio, come siano stati necessari quasi tre anni per individuare la società di gestione del risparmio (Sgr), autorizzata dalla Banca d'Italia, cui affidare la gestione del fondo immobiliare destinato a guidare il sistema integrato di fondi immobiliari. Per la Corte questo e altri ritardi dipendono essenzialmente dalla farraginosità e complessità delle procedure previste della legge. Quindi il referto dei magistrati, pur non imputando alle amministrazioni particolari responsabilità gestionali, esprime comunque un «giudizio non positivo sull'efficacia, efficienza ed economicità della spesa pubblica che è stata destinata al programma straordinario ed al Piano casa».
Italia Oggi, pag. 23