L'Italia è stata uno dei primissimi paesi ad adattare il proprio sistema universitario secondo le direttive delineate nel processo di Bologna [1]. La riforma dei percorsi universitari, apportata con decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca n. 509 del 1999, a tale scopo ha individuato, oltre alla classica laurea a ciclo unico (quadriennale o quinquennale), due cicli formativi: la Laurea Triennale e la Laurea Specialistica o Magistrale, che prevede altri due anni di specializzazione.
La frammentazione dell’offerta formativa - A ormai dieci anni di distanza dall’entrata in vigore della riforma è possibile trarre un primo bilancio generale, e secondo il rapporto della Corte dei Conti, pubblicato ad Aprile dell’anno passato, si tratta di un bilancio estremamente negativo. Il sistema non ha prodotto né un incremento dei laureati, né un miglioramento nella qualità dell’offerta formativa, ed il dato più evidente è forse rappresentato dalla abnorme moltiplicazione dei corsi di laurea, con la conseguente eccessiva frammentazione dell’offerta formativa. Secondo un recente rapporto del CNVSU (Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario), i corsi di laurea di primo livello e a ciclo unico sono passati dai 2.444 dell’anno accademico 1999-2000 ai 3.103 dell’anno accademico 2007-2008, mentre i corsi di laurea specialistica sono praticamente raddoppiati in soli quattro anni (tra il 2004 e il 2008, da 1.204 a 2.416). Questo mentre contemporaneamente si è assistito al progressivo decentramento delle sedi, con conseguente dispersione di risorse economiche, e al peso via via crescente assunto dai professori a contratto, esterni ai ruoli universitari. Fenomeni che, probabilmente, hanno tratto vigore proprio a seguito della proliferazione dei corsi di laurea.
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Il calo delle laure di secondo livello – Paradossalmente, al contrario di quello che ci si poteva aspettare (e che veniva auspicato), la moltiplicazione dei corsi di laurea non ha prodotto un innalzamento del numero degli iscritti (rimasti sostanzialmente costanti negli ultimi anni, vedi Tabella), mentre le immatricolazioni sono addirittura calate (-11% tra 2009 e 2002), calo che solo parzialmente può essere spegato attraverso le dinamiche demografiche, se si considera che, nello stesso periodo, la popolazione italiana di età tra 18-21 anni si è ridotta di circa il 5% (considerando il contributo dei giovani stranieri il calo non vi è nemmeno stato). Ma notevolmente più marcato è stato il calo del numero di laureati di secondo livello, diminuiti in soli sei anni di oltre il -27% (44 mila laureati in meno tra il 2002 e il 2009, con il nuovo sistema ormai a regime). A dieci anni dall’introduzione della riforma è possibile quindi affermare che uno degli effetti netti della riforma sul sistema universitario è stato proprio quello di ridurre il numero annuo di laureati di secondo livello. L’introduzione della laurea “breve” ha infatti offerto un momento intermedio di fuoriuscita dall’Università, o in altre parole, la possibilità di anticipare il termine degli studi e inserirsi nel mondo del lavoro comunque in possesso di un titolo universitario, ma con i laureati triennali in grande difficoltà nel collocamento occupazionale.
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Sempre più lauree generaliste – A questo va aggiunto che la crescita dei corsi di laurea non ha assecondato le esigenze del mondo del lavoro. La riforma ha amplificato la tendenza alle lauree generaliste e moltiplicato le lauree prive di un modello professionale di riferimento. L’attuale sistema universitario tende così a formare un grosso numero di laureati privi di una precisa collocazione nel mondo del lavoro. E in molti casi l’unica possibilità di inserimento occupazionale è rimasta l’insegnamento.
Ed è forse proprio su quest’aspetto che la recente riforma mostra di avere maggiormente disatteso le aspettative. Prevedeva, in linea con la strategia di Bologna, una collaborazione tra università e parti sociali nella programmazione dei corsi, per spingere l’università ad aprirsi verso l’esterno e abbandonare la sua autoreferenzialità. Ma a dieci anni di distanza dalla sua introduzione è chiaro come non si siano avuti i risultati sperati. Così l’Università italiana oggi appare sempre più in ritardo, da una parte ha generato una moltitudine di corsi privi di un preciso sbocco professionale, dall'altra ha spesso mantenuto un approccio eccessivamente tradizionale e non in grado di assorbire tempestivamente i mutamenti tecnologici e culturali della società e del mercato (specialmente nel campo tecnico-scientifico), mentre la formazione ha perso le sue fondamenta, abbassando la cultura di base (il periodo di formazione triennale, dovendo corrispondenre ad un titolo di studio qualificante, molto spesso fallisce nel fornire solide conoscienze di base, si pensi alle lauree collegate alle figure professionali iunior) e declassando quella specialistica, che su quelle basi deve fare fondamento (continua ...).
[1] Il Processo di Bologna è un processo di riforma del sistema di istruzione superiore a carattere internazionale, costituito nel 1999 presso l'Università di Bologna, con l’obbiettivo di costituire uno Spazio Europeo dell'Istruzione Superiore (SEIS). Il Processo di Bologna non è un trattato internazionale vincolante per i Governi dei Paesi che vi aderiscono. Ogni Stato decide di volta in volta se e quale procedimento adottare. Le politiche di indirizzo del Processo di Bologna sono volte esclusivamente ad un obiettivo comune e definito. Le finalità espresse mirano ad una riorganizzazione in senso comunitario delle politiche sull'istruzione con i seguenti obiettivi: creare l'offerta di un'ampia base di conoscenze di alta qualità; aumentare la capacità attrattiva dell'istruzione superiore verso i paesi non europei; garantire una migliore spendibilità del titolo di studio nel mercato del lavoro all'interno di tutta l'area europea; armonizzare i titoli di studio per renderli comparabili tra le diverse istituzioni (uno dei punti cardine dell'obiettivo "mobilità"). Con il tempo gli obiettivi primari del Processo si sono molto sviluppati e allargati, andando a comprendere anche lo Spazio Europeo della Ricerca (ERA – European Research Area), parte del progetto della Commissione Europea per l’apprendimento permanente (Lifelong Learning).