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La riforma dei percorsi formativi: è tempo di bilanci (parte II)

Autore: Antonio Mura

14/02/2012

 

La nuova articolazione degli studi universitari ha avuto conseguenze dirette sulla formazione dei giovani professionisti, come regolamentato dal D.P.R. del 5 Giugno 2001, n. 328, recante “Modifiche e integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonché disciplina dei relativi ordinamenti”. Il DPR 328 ha infatti modificato i requisiti di ammissione all’esame di Stato per le professioni tecniche, a cui oggi si accede anche con la laurea di primo livello (triennale), avendo introdotto, a questo proposito, i titoli di geometra, perito e agrotecnico laureato. Inoltre, a seguito dell’introduzione delle lauree di primo livello, gli albi delle professioni per il cui accesso era richiesta la laurea sono stati ripartiti in due sezioni: la sezione A, per i laureati di secondo livello, e la sezione B, per i laureati triennali che hanno acquisito il titolo di professionisti “iunior” (leggi parte I).

 

Il DPR 328 del 2001, a seguito dell’introduzione delle lauree triennali, ha previsto l’istituzione in alcuni albi professionali (architetti, ingegneri, geologi, biologi, attuari, psicologi, commercialisti, agronomi) di una sezione aggiuntiva, nella quale i nuovi laureati potessero, dopo aver superato un apposito esame di abilitazione, iscriversi con una qualifica di professionisti “iunior”. Contemporaneamente, la laurea triennale ha permesso di elevare il livello di formazione dei periti, con l’intento di offrire alle piccole imprese tecnici mediamente più preparati, oltre a consentire un ingresso più rapido dei giovani nel mondo del lavoro. Ad esempio, un geometra o un perito laureato dovrebbero equivalere ad un diplomato con un esperienza decennale.

Il professionista iunior - L’introduzione di questa figura intermedia aveva l’obiettivo di velocizzare l’ingresso nel mondo professionale, ma al di là delle criticità specifiche legate alla sua definizione ed al suo inserimento nel mondo del lavoro, questa nuova via non sembra aver avuto particolare successo. Anche considerando i collegi professionali apertisi al mondo universitario (con i laureati in una ipotetica sezione B),  ed escludono gli assistenti sociali, albo che ha per certi versi vissuto il percorso inverso, con la recente istituzione della sezione A (assistenti sociali specialisti), il numero di laureati di primo livello iscritti, tra 2009 e 2010, supera di poco quota 10 mila, cioè appena l’1,3% del totale. C’è da considerare, inoltre, che spesso l’iscrizione alla sezione B dell’albo viene vista esclusivamente come una tappa intermedia prima del conseguimento del titolo magistrale. In molti casi, poi, l’iscrizione alla sezione iuniores sembra non essere proprio considerata (è il caso, ad esempio, di attuari, geologi, psicologi). D’altra parte, nella maggioranza dei casi, l’istituzione di una figura professionale intermedia non ha trovato riscontro nelle aspettative del mercato. Psicologi, architetti, agronomi, geologi e biologi iunior non trovano spazio per via di un’identità professionale incerta e una scarsa preparazione di base. La figura dell’ingegnere iunior, invece, ha avuto senso solo quando inserita come tecnico nell’ambito dell’industria, ma è risultata senza una chiara identità quando inserita nella libera professione, un ambito già presidiato da altre professionalità, come geometri e periti.

Periti e geometri laureati – E’ vero però che l’istituzione della laurea di primo livello ha aperto il mondo dei collegi professionali all’università, permettendo di elevare il livello di formazione dei periti e dei geometri, con l’intento di offrire alle piccole e medie imprese tecnici mediamente più preparati, un aspetto, questo, sicuramente positivo. I Geometri Laureati, ad esempio, nel 2009 erano già oltre 1.700, e il loro numero è sicuramente aumentato, anche perché i collegi dei Geometri spingono al conseguimento della laurea triennale anche i giovani già iscritti, allo scopo di perfezionare e valorizzare la loro conoscenza ed essere più competitivi nel mercato del lavoro.

Maggiore concorrenza tra gli ordini – E’ innegabile, poi, come la riforma universitaria abbia introdotto nuovi elementi di concorrenza nell’universo ordinistico italiano. Un aspetto che può essere visto sia positivamente, perché aumenta le possibilità permettendo ai giovani di scegliere in quale albo iscriversi (anche in base a parametri qualitativi, legati ad esempio alle gestioni previdenziali), sia negativamente, per la possibile confusione che può venirsi a generare, o a motivazioni di scelta legate, ad esempio, esclusivamente alla spendibilità del titolo. Ad esempio, la maggior parte dei laureati triennali in materie tecnologiche preferisce iscriversi alla sezione B di albi come quello degli ingegneri o degli architetti, piuttosto che ai collegi dei periti industriali o dei geometri, attratto dall’appeal del titolo, ad esempio quello di ingegnere (seppur iunior).

Professioni sanitarie più qualificate – Un aspetto invece sicuramente è legato al mondo delle professioni sanitarie, dove la riforma ha offerto la possibilità di un ulteriore livello di qualifica (in questo caso la novità è stata l’introduzione di un percorso di laurea specialistica). Infermieri e ostetriche hanno, infatti, oggi la possibilità di acquisire un titolo di laurea specialistica e poter così ambire a incarichi gestionali e posizioni manageriali presso le strutture sanitarie, sia pubbliche che private, ma anche proseguire la carriera negli ambiti dell’insegnamento e della ricerca universitaria.

In conclusione, a dieci anni di distanza dalla sua introduzione è chiaro come la riforma non abbia avuto i risultati sperati e oggi la maggioranza delle professioni auspica ancora un maggiore rapporto di collaborazione tra accademia e realtà operativa, tra bisogno formativo e ordinamenti didattici, tra mercato del lavoro e mondo della formazione. L'Università non è stata in grado di aprirsi al territorio, di prestare l’adeguata attenzione ai tirocini e agli stage, di cogliere i mutamenti culturali, normativi, organizzativo-istituzionali per stare al passo con i tempi. E’ questa forse la maggiore critica che arriva dal mondo delle professioni, una critica all’intero sistema universitario italiano, che non è stato in grado di cogliere le opportunità di rinnovamento che la riforma universitaria aveva fornito, mentre le nuove figure professionali iunior o non hanno trovato spazio in un mercato già dominato da altre figure (si pensi ad architetti, agronomi, chimici o ingegneri, rispetto a geometri, periti e agrotecnici), o si sono dimostrate totalmente avulse dal contesto professionale (è il caso, ad esempio, di psicologi, biologi, geologi o attuari).


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