Da un lato, i tradizionali indicatori quantitativi segnalano un forte ritardo infrastrutturale dell’Italia rispetto a Francia e Germania. Dall’altro, gli indicatori di nuova generazione (quelli di accessibilità) posizionano molto meglio il nostro paese, suggerendo che il gap infrastrutturale potrebbe essere meno marcato di quanto pensassimo. Ma il vero ritardo infrastrutturale italiano è un altro: è nei costi di costruzione, nei tempi di realizzazione delle opere, nei processi di programmazione, coordinamento e valutazione degli investimenti. Un problema di qualità dei processi di investimento pubblico.
E’ opinione diffusa, tanto in letteratura quanto nel dibattito pubblico, che il nostro paese soffra di un forte ritardo infrastrutturale rispetto alle altre economie avanzate. Si tratta di un problema di rilevanza primaria: è noto come le infrastrutture giochino un ruolo fondamentale nel determinare lo sviluppo economico e sociale di un paese.
LE INFRASTRUTTURE PUBBLICHE ITALIANE NEL CONFRONTO INTERNAZIONALE
Gli indicatori “tradizionali” di dotazione infrastrutturale, quelli basati su misure quantitative (Km. di autostrade e di ferrovie, numero di stazioni e di aeroporti, ecc…), sembrano confermare l’esistenza di un gap infrastrutturale italiano. Ad esempio, l’indicatore di dotazione infrastrutturale dell’Istituto Tagliacarne (un indicatore prevalentemente quantitativo, che però include anche alcuni aspetti qualitativi nel suo calcolo) ci posiziona a metà classifica tra i paesi dell’Europa Occidentale, ben staccati da Francia e Germania.
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Misurare le infrastrutture dal punto di vista quantitativo è però fortemente limitante. In realtà ciò che conta non è il numero di chilometri di autostrade o di ferrovie costruite. E’ invece importante la qualità delle connessioni tra luoghi, la possibilità per merci e persone di una regione di raggiungere agevolmente le altre zone (e quindi i mercati di riferimento). Proprio questo è il concetto alla base degli indicatori di nuova generazione, gli indicatori di accessibilità. Semplificando, l’indicatore di accessibilità misura quanto le infrastrutture sono in grado di accorciare i tempi di percorrenza, a parità di distanza dai mercati di riferimento. Si tratta di un filone di studio ancora non consolidato, i cui risultati vanno quindi considerati provvisori, ma comunque molto interessanti. Secondo gli indicatori di accessibilità attualmente elaborati, infatti, il ritardo infrastrutturale dell’Italia è molto meno marcato di quanto suggerito dagli indicatori “tradizionali”. Il ritardo rispetto a Germania e Francia è molto lieve per quanto riguarda le ferrovie e le vie aeree, e addirittura per il sistema stradale l’Italia registra il secondo miglior risultato europeo di accessibilità dopo il Lussemburgo. Casomai, il problema è di distribuzione interna: siamo il paese con la maggiore escursione tra valori massimi e valori minimi all’interno del paese; con il sud – non è una sorpresa – fortemente penalizzato.
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IL VERO RITARDO INFRASTRUTTURALE ITALIANO
Dobbiamo quindi concludere che un gap infrastrutturale italiano non esiste, o perlomeno non è indicato dai dati attualmente a disposizione, e che casomai c’è “solo” un problema di disomogeneità interna? No. Piuttosto, il vero gap infrastrutturale è quello che emerge da altri indicatori. In Italia costruire un Km. di autostrada costa il doppio che in Spagna, mentre costruire un Km. di TAV costa il triplo che in Francia e in Spagna[1]. I tempi di costruzione delle opere pubbliche sono più lunghi, e la maggior parte del tempo è perso nei cosiddetti “tempi di attraversamento”, che sono i tempi morti di passaggio da una fase all’altra dell’operazione[2]. Non esistono strumenti normativi per la risoluzione delle controversie legate alla localizzazione delle opere sul territorio, e la riduzione di questi fenomeni a una semplice patologia (“Nimby”) impedisce di valutare gli effettivi problemi da cui nascono le controversie e di ascoltare e valutare le istanze provenienti dal territorio (il caso della TAV in Val di Susa è solo il più eclatante). Non si utilizzano metodi appropriati di analisi costi-benefici degli investimenti pubblici, non c’è sufficiente programmazione. In sintesi, c’è un problema di qualità dell’investimento pubblico in infrastrutture. E’ questo il vero gap infrastrutturale italiano.
[1] Dato diffuso dall’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici (AVCP)
[2] Lo dice il rapporto dell’UVER (2010) “I tempi di attuazione delle opere pubbliche”