I mercati hanno cuore di leone, zampe da coniglio e memoria di elefante. Il vecchio detto di Borsa si adatta bene ai tempi attuali. Dopo gli investimenti finanziari in cui si sono buttate con sciocco coraggio le banche negli anni passati, i mercati sono fuggiti a gambe levate dalle zone pericolose vendendo titoli di Stato e azioni, atteggiamento che ha provocato lo spettro dei default a catena di Paesi come la Grecia e persino l'Italia. E ora gli ex coraggiosi stentano a dimenticare il pericolo corso.
Ma, per fortuna, l'economia reale non è solo quella che si sente descrivere a tinte fosche nei telegiornali. Anche se l'edilizia continua a segnare un bilancio in rosso, dal territorio giungono segnali non affatto negativi. Lo testimoniano i dati raccolti dal «Sole 24Ore» sull'export dei distretti italiani, da cui si rileva che in alcuni casi le aziende, nel corso del 2011, sono riuscite a cancellare il gap della crisi. Insomma, sono tornate ai livelli precedenti al 2008. In alcuni casi la crescita di chi riesce a vendere oltre frontiera la propria produzione è a due cifre. Nonostante il pessimismo dilagante, per esempio, le piccole e medie aziende nei distretti di Treviso e Brescia (macchine industriali), Vicenza (meccatronica e automazione), Bologna (meccanica e packaging) sono un fiore all'occhiello. C'è una parte dell'industria manifatturiera che va: basti dire che l'export che nei primi nove mesi del 2011 ha toccato i 51,5 miliardi di euro (+11,5% rispetto al 2010).
Se questi sono stati i risultati in un anno che ha visto l’Italia scivolare verso il bordo del precipizio, a pochi centimetri da un default, il 2012 porterà anche una breve ma non intensa recessione, ma non riuscirà presumibilmente a cancellare i progressi di una parte consistente della nostra economia reale. Resta, è vero, il nodo dell’occupazione, che è poi un aspetto necessario per far ripartire consumi e investimenti interni. Forse, però, la riforma del mercato del lavoro potrà smuovere le acque e convincere le imprese che assumere un dipendente non è più un matrimonio a vita, ma un investimento in capitale umano.
In conclusione: i numeri non fanno politica. Basta togliere gli occhiali del pessimismo per leggere quello che indicano: se ne deduce che non siamo messi così male, a dispetto della contingenza. Certo, ora si tratta di far tornare a camminare in avanti tutta l’economia e non solo alcune isole votate all’export. Ma è una sfida che si può vincere.